Stemma del Comune di Capoterra Comune di Capoterra
pagina Facebook pagina Twitter pagina Youtube pagina Google+
foto06.jpg

Storico Amministrazioni

BREVI NOTE STORICHE

 

Il feudalesimo in Sardegna (1326 – 1840)

L’istituto feudale fu introdotto in Sardegna nel 1326 dai sovrani aragonesi a seguito della conquista dell’isola, con lo scopo di introdurre un sistema di governo simile a quello aragonese, che consentisse un maggior controllo del territorio, e di premiare coloro che si erano distinti nella guerra di conquista.

L’ordinamento vigente nell’isola prima della conquista aragonese, basato su istituzioni di tipo comunale, fu annullato. Il territorio fu diviso in feudi, e questi assegnati ai feudatari mediante diploma di concessione. Le terre furono concesse in feudo con tutti i diritti, proprietà e pertinenze, gli uomini e le donne che vi abitavano o vi avrebbero abitato in futuro.

In forza delle concessioni, gli abitanti da uomini liberi divennero vassalli; nel diploma era chiaramente stabilito quali fossero gli obblighi del feudatario nei confronti del re, ma non erano altrettanto chiare le misure delle prestazioni che i vassalli dovevano al feudatario, il quale poteva quindi compiere liberamente arbitrii.

Cinque secoli dopo, tra il 1835 e il 1838, furono emanati da Carlo Alberto di Savoia una serie di provvedimenti volti ad abolire il feudalesimo nel Regno di Sardegna, che portarono nel 1840 alla sua abolizione definitiva.

Forme di rappresentanza della comunità – Il Consiglio comunitativo (1771 – 1848)

Con l’editto del 24 settembre 1771, emanato nel Regno di Sardegna in epoca sabauda da Bogino, Ministro per gli affari di Sardegna, fu riorganizzato l’ordinamento amministrativo delle città regie e delle comunità rurali (o “ville”) infeudate.

Nelle comunità fu istituito il Consiglio comunitativo, in sostituzione delle assemblee dei capifamiglia che avevano lo scopo di discutere e cercare soluzioni ai problemi della comunità.

Il numero dei componenti del Consiglio variava in base al numero degli abitanti della comunità, e la scelta degli stessi avveniva tra i tre ordini sociali nei quali era suddivisa la popolazione in base al censo:

- primo, composto da nobili e cavalieri, professori laureati, ufficiali di giustizia, ufficiali e sergenti delle truppe miliziane di cavalleria e fanteria, ricchi proprietari;

- mezzano, composto dai produttori che coltivassero uno o più gioghi di buoi;

- infimo, composto dai meno abbienti e dai nullatenenti.

Il primo consigliere votato del primo ordine sociale veniva nominato Sindaco, e l’incarico durava un anno. L’anno seguente veniva eletto il primo consigliere votato del terzo ordine sociale, e successivamente il primo consigliere votato del secondo ordine sociale, in maniera da garantire a rotazione a tutti e tre gli ordini sociali l’opportunità di avere un proprio rappresentante come Sindaco.

Le comunità erano ancora sottoposte alla giurisdizione feudale, ma istituire in esse un’amministrazione civica sufficientemente solida, e sotto l’immediata protezione del re, aveva lo scopo di creare all’interno del feudo una fonte di potere che potesse in qualche misura limitare lo strapotere del feudatario.

 

Il Comune moderno in Sardegna (7 ottobre 1848)

Il 29 novembre 1847 il re Carlo Alberto di Savoia concesse, a seguito della richiesta presentata dalle istituzioni sarde, la fusione perfetta, ovvero l’unione politica e amministrativa di tutti i territori del Regno di Sardegna, cioè gli Stati di terraferma e l’isola di Sardegna.

Con il Regio Decreto del 7 ottobre 1848, recante Norme per l’Amministrazione dei Comuni, delle Province e delle Divisioni Amministrative, fu promulgato un nuovo ordinamento comunale che apportava modifiche relativamente alla composizione degli organi amministrativi.

La riforma individuava nel Comune un ente dotato di una propria autonomia, con al vertice dell’amministrazione la figura del Sindaco, che doveva amministrarsi per mezzo del Consiglio comunale e del Consiglio delegato, quest’ultimo trasformato successivamente in Giunta municipale con Regio Decreto del 23 ottobre 1859.

In quanto recante un nuovo ordinamento comunale valido per tutti i territori facenti parte del Regno di Sardegna, il decreto rappresentò di fatto la nascita del comune moderno nell’isola.

Questa legge fu poi incorporata, con poche modifiche e successivamente all’unità d’Italia, nella Legge n. 2248 del 20 marzo 1865 recante norme per l’unificazione amministrativa del Regno d’Italia.

   

 

   

 

Bibliografia:
B. Anatra – A. Mattone – R. Turtas, L'Età Moderna. Dagli aragonesi alla fine del dominio spagnolo, Milano, Jaca Book, 1989
A. Boscolo (a cura di), Il feudalesimo in Sardegna, Cagliari, Editrice Sarda Fossatario, 1967
M. Brigaglia – A. Mastino – G. G. Ortu (a cura di), Storia della Sardegna. Volume 2. Dal Settecento ad oggi, Editori Laterza, Bari, 2006
F. C. Casula, Dizionario storico sardo, C. Delfino, Sassari, 2001
C. Sole, La Sardegna sabauda nel Settecento, Chiarella, Sassari, 1984
G. Sorgia, La Sardegna spagnola, Chiarella, Sassari, 1987
G. Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda 1720-1847, Editori Laterza, Bari, 1986